
E quante altre persone stavano morendo in quel preciso istante a Metropolis? Gli pareva strano essere tornato a fare quei pensieri, il cui contenuto apparteneva al suo passato, quando era solito perdersi nell'interrogativo etico del Che fine faremo. Non gli sembrava vero che potesse essere esistito un momento della sua vita così fortemente improntato all'etica, ad un bruciore di insoddisfazione per le cose che gli corrodeva lo stomaco, al desiderio di dare a Metropolis una soluzione.
Centinaia di persone stavano morendo in quell'inferno di città, e a lui importava meno di zero. E questa cosa gli sembrava profondamente sbagliata. Ma in fondo era nella natura stessa di quel mondo così creato da un tempo talmente remoto da credere profondamente che quella fosse l'unica realtà possibile; era nei memi di chiunque nascesse a Metropolis il fatto che, non appena sufficientemente adulti da poter iniziare a produrre, si cercasse ogni modo per sfuggire da quella realtà.
Una questione di soglie percettive, probabilmente. Il vivere in società che obbligavano l'essere umano ben oltre le sue capacità di essere benefico, lo costringeva a trovare una qualsiasi soluzione distrattiva. Potevano essere le parole scambiate tra persone, l'anestetico, o gli stessi Black Mirror, il cui potere di seduzione sembrava essere ormai immenso. L'insoddisfazione stessa sembrava aver drogato tutti.
Nessun cervello umano avrebbe mai potuto computare tutte le variabili con cui si imbatteva istante per istante. Già a quel modo era obbligato ad eseguire una quantità innaturale di calcoli per pianificare anche il comportamento più semplice.
Alzare le soglie di percezione della realtà, quindi, per salvarsi da quella tragedia che era la vita quotidiana. Per non vedere quanto veloci possano scorrere gli anni sprecati.

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